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Malattie
date da una particolare caratteristica somatica o funzionale, che si
trasmette da una generazione all’altra ed è determinata da unità
elementari contenute nel nucleo delle cellule: i geni. La trasmissione di
queste malattie segue le leggi della genetica. Molte malattie ereditarie
sono provocate da una mutazione a livello di gene che codifica un
enzima (queste malattie si manifestano con un difetto del metabolismo), un
altro gruppo si manifesta con la sintesi di forme difettose di emoglobina.
Le malattie ereditarie non possono essere per ora curate: il difetto
genetico infatti non può essere corretto. In molti casi, però, si può
supplire alla difettosa funzione del gene mutato con un continuo
intervento dall’esterno che allevia i sintomi.
Nella
trasmissione dei caratteri la coppia di cromosomi femminili XX si comporta
come ogni altra coppia di cromosomi omologhi seguendo cioè, fra le altre,
la legge della dominanza. Se in una donna uno dei cromosomi X ha un allele
recessivo rispetto all’altro X e quell’allele recessivo porta una
malattia, l'influenza” di quell’allele recessivo, portatore della
malattia, è dominata dall’altro X e la donna è portatrice sana. Se
quello stesso gene recessivo portatore di una malattia fosse sul cromosoma
X di un maschio, la malattia apparirebbe, perché il cromosoma maschile Y
non ha gli stessi geni e in particolare non ha l’allele omologo
dominante necessario a non fare insorgere la malattia. I maschi esprimono
il loro fenotipo qualunque allele sia presente nel loro cromosoma X, nelle
femmine quello stesso allele nel cromosoma X può essere influenzato
dall’altro cromosoma X.
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FENILCHETONURIA (detta anche PKU): malattia ereditaria rara trasmessa al bambino da
entrambi i genitori; è frequente nel nord Europa ed è esclusiva della
razza bianca.
Alla
nascita i bambini affetti da PKU appaiono assolutamente sani, viene
scoperta la malattia metabolica attraverso uno speciale test sul sangue
chiamato “Screening neonatale” effettuato il quarto giorno di vita a
tutti i bambini nati in Italia, se il test risulta positivo significa che
il bambino ha la PKU.
Nei bambini colpiti da fenilchetonuria le proteine non vengono usate
correttamente. Queste hanno il compito di produrre diversi aminoacidi, tra
cui la fenilalanina, che in questi bambini non viene assimilata
correttamente, cioè si forma un prodotto intermedio, l’acido
fenilpiruvico, che non potendo essere trasformato ulteriormente si
accumula nell’organismo.
L’accumulo di acido fenilpiruvico nel cervello porta all’idiozia,
provocando turbe neurologiche e psicointellettive caratterizzate da facili
scoppi d’ira devastatrice e da ritardo mentale grave.
Uno degli scopi del trattamento per alleviare i sintomi della PKU è
quello di controllore il livello della fenilalanina con una speciale
dieta. Se questa viene controllata e rispettata costantemente, si
permetterà al cervello del bambino di crescere e svilupparsi normalmente.
Il trattamento della PKU è conosciuto sin dal 1950 ma professionisti nel
campo medico continuano a studiare su come comportarsi sugli adulti
affetti da questa malattia.
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FIBROSI
CISTICA
(Mucoviscidosi o FC): è una delle malattie ereditarie più
frequenti della popolazione caucasica. La FC è una condizione genetica ad
espressione clinica variabile, con modalità di espressioni
cliniche che non sono prevedibili alla nascita, pur rimanendo nella
maggior parte dei casi una malattia a prognosi severa e di grande impegno
terapico.

Esistono oltre 800 mutazioni. Il paziente con fibrosi cistica
eredita da entrambi i genitori, portatori sani, le rispettive mutazioni.
In ogni portatore è presente una sola mutazione. Per attuare una diagnosi
preclinica della malattia è necessario lo screening neonatale, che viene
effettuato con alcune gocce di sangue prelevate in 3° giornata e con un
campione del meconio.
L'esame consiste nella determinazione della concentrazione di tripsinogeno
sul sangue e successivamente della lattasi sul meconio, entrambi presenti
a valori elevati nei neonati con fibrosi cistica.Il test del sudore consente di
porre la diagnosi di fibrosi cistica attraverso la misurazione del Cloro e
del Sodio presenti nel sudore, sempre elevati nei pazienti con fibrosi
cistica. L'esame dura circa 40 minuti, è indolore, non richiede alcuna
preparazione e può essere effettuato a partire dal 40 giorno di vita. Il
test consiste nella stimolazione della sudorazione sulla parte volare
dell'avambraccio tramite iontoforesi pilocarpinica della durata di 6
minuti. Successivamente il sudore prodotto dalla parte viene raccolto con
carta assorbente per 30 minuti. Al termine di tale periodo il campione di
sudore prelevato viene opportunamente preparato ed analizzato.
Il
gene alterato nella fibrosi cistica determina la modificazione di una
proteina denominata CFTR "Cystíc Fíbrosis Transmembrane
Regulator" che regola il passaggio del cloro attraverso la
membrana esterna delle cellule epiteliali. Questa proteina, modificata
nella sua struttura, non funziona e porta alle manifestazioni della
malattia.
Considerata
malattia multiorgano, le manifestazioni più frequenti sono a carico
dell'apparato digerente, con un quadro di malassorbimento che può
coinvolgere l'accrescimento e lo stato nutrizionale e dell'apparato
respiratorio con l'instaurarsi nel tempo di una broncopneumopatia
cronica ostruttiva che solitamente condiziona la prognosi. Tuttavia sono
possibili coinvolgimenti anche a livello epatico e del pancreas esocrino
(diabete).
Oggi
si praticano cure, che variano da soggetto a soggetto ma che si possono
riassumere in:
- manovre capaci di stimolare la rimozione delle secrezioni
bronchiali (fisioterapia respiratoria)
- antibiotici per curare le infezioni respiratorie
- somministrazione
di enzimi pancreatici per favorire la digestione e l'assorbimento dei
cibi in quei pazienti che hanno un coinvolgimento del pancreas.
La
situazione si è profondamente modificata non solo perché le cure
prolungano notevolmente l'aspettativa di vita e ne migliorano la
qualità, (ad esse si deve aggiungere oggi anche la possibilità del
trapianto di polmoni) ma anche perché la pratica dello screening
neonatale e la possibilità di identificare le mutazioni del gene CFTR
hanno permesso di individuare forme cliniche frustre, a scarsa
sintomatologia e a prognosi migliore, fino a forme quasi asintomatiche.
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COREA
DI HUNTINGTON
(o MH): è una grave malattia genetica neurologica
degenerativa, caratterizzata della contemporanea presenza di disturbi
motori, cognitivi, psichici e psichiatrici. Il termine “corea” deriva
dal greco e significa “danza”, questo riferimento è dovuto ai
movimenti involontari che caratterizzano questa malattia. La MH è una
malattia autosomica dominante, ciò significa che ogni figlio di un malato
di Huntington, indipendentemente dal sesso ha il 50% di possibilità di
aver ereditato il gene alterato.
I
primi test erano basati su un processo di “analisi di linkage” che
richiede un campione di sangue di diversi membri della famiglia. Il nuovo
“test genetico diretto” è molto più accurato e richiede il sangue
del solo individuo che si sottopone al test. A dare un riscontro della
diagnosi di Corea di Huntington possono essere, oltre al test genetico, la
risonanza magnetica e la TAC che metterebbero in rilievo la presenza di
atrofia nei nuclei del caudato e del putamen (zona del cervello colpita
dalla malattia). È possibile determinare se il feto porta il gene della
MH, ciò tramite amniocentesi e prelievo dei villi coriali.
Il
gene della MH si trova sul braccio corto del cromosoma 4 e produce una
proteina chiamata Huntingtina. Esso è un segmento di DNA che contiene una
serie di ripetizioni “trinucleotidiche” ad un’estremità. Quelle
coinvolte sono Citosina-Adenina-Guanina (CAG), che insieme costituiscono
un aminoacido detto ”glutamina”. Nelle persone affette da questa
malattia, in almeno una copia del gene, le ripetizioni della tripletta CAG
sono superiori a 40, mentre nelle persone sane non se ne hanno più di 35.
L’Huntingtina mutata provoca la degenerazione dei neuroni che si trovano
in un’area del cervello, i gangli della base, e li costringe a
“morire” (Apoptosi).
I
sintomi appaiono gradualmente, generalmente tra i 30 e i 50 anni. Spesso
disturbi psichici minori come l’irritabilità o la depressione del tono
dell’umore insieme ad un modesto disturbo della coordinazione motoria e
lievi e sporadiche ipercinesie vinili a scatti possono costituire i primi
sintomi evidenti della malattia. La disartria, che si manifesta come
rallentamento e disorganizzazione del linguaggio si associa alla disfagia.
I cambiamenti comportamentali possono includere scoppi di aggressività,
modi oscillanti, isolamento sociale. Si noteranno leggeri cambiamenti
intellettivi, una riduzione della memoria a breve termine e difficoltà
negli sforzi lavorativi. Possono apparire smorfie facciali, la parola può
diventare difficile fino a perdere la capacità di esprimersi verbalmente
e possono subentrare difficoltà nella capacità di alimentarsi. Le
persone non muoiono di MH, ma in seguito alle complicazioni della
malattia, come soffocamento o infezioni. Quando la malattia si manifesta
in età giovanile il decorso è più breve e i sintomi più marcati, in
questi casi si riscontrerà lentezza nei movimenti, rigidità degli arti,
ritardo mentale e nel 50% dei casi la presenza di crisi epilettiche.
Quando la malattia si manifesta in età senile il decorso è più lento e
i sintomi più attenuati, ciò comporta delle difficoltà nel riconoscere
la malattia.
Le
medicine possono essere efficaci in alcuni sintomi comuni, come la
depressione e l’ansia. I movimenti involontari possono essere ridotti
con l’uso di specifici medicinali. Mantenere, o aumentare peso può
aiutare a ridurre i movimenti involontari ed altri sintomi, in particolare
nella fase tardiva di MH. A questo proposito possono essere utili
supplementi nutrizionali.
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ANEMIA
MEDITERRANEA
(o Thalassemia o Morbo di Cooley): malattia
ereditaria caratteristica delle popolazioni che abitano il bacino del
Mediterraneo. Nella forma eterozigote si ha un portatore sano e la
malattia può assumere carattere di gravità media (Thalassemia minor) o
minima (Thalassemia minima), quando l’alterazione colpisce entrambi i
geni siamo di fronte a una Thalassemia major.
Attualmente
la diagnosi prenatale delle gravi anemie ereditarie è possibile solo in
alcuni centri altamente specializzati. La diagnosi viene fatta su una
piccolissima quantità di sangue prelevata dal feto mediante
l’introduzione in utero di un apparecchio, il fetoscopio, dotato di un
oculare e di un ago a cui viene applicata una siringa per il prelievo.
Nel corredo cromosomico degli individui colpiti da questa malattia
il gene che controlla la disposizione delle catene proteiche nella
molecola dell’emoglobina non è normale, ma, per cause tuttora
sconosciute, è mutato e in quanto tale incapace di riprodurre un
carattere normale. La Thalassemia è contraddistinta da modificazioni
della resistenza globulare, abnorme fragilità degli eritrociti, presenza
di emazia a bersaglio, microcitosi, deficiente utilizzazione del ferro.
Questa malattia provoca un ricambio troppo veloce dei globuli rossi che
vengono distrutti molto rapidamente dalla milza, la quale aumenta di
volume e il midollo non riesce a produrre globuli rossi a sufficienza.
Tipico
è l’ispessimento delle ossa del cranio e degli zigomi, un ridotto
accrescimento e una pubertà ritardata. Il
paziente viene sottoposto a periodiche trasfusioni di sangue che provocano
un dannosissimo accumulo di ferro che va eliminato attraverso una terapia
ferrochelante. Nei pazienti colpiti da thalassemia major si nota un
indefinibile senso di malessere e modesti rialzi di temperatura
improvvisi, oppure associati a lievi episodi influenzali o a disturbi
della dentizione. Il bambino si fa sempre più pallido e sulla pelle
compare una strana sfumatura giallognola. L’addome, per la presenza
della milza e del fegato ingrossati, appare globoso e sporgente, in netto
contrasto con le membra piccole e gracili. Particolare è pure la
fisionomia orientaloide dei piccoli thalassemici, dovuta alle lesioni
ossee e alle alterazioni della struttura scheletrica (cranio piuttosto
grande, di forma approssimativamente quadrangolare, naso all’insù con
le ali allargate e la radice infossata, gli zigomi prominenti e gli occhi
a mandorla dovuti all’ispessimento delle ossa del massiccio facciale).
Nella thalassemia minor i sintomi sono presenti ma in forma molto minore
rispetto a quelli della thalassemia major. La thalassemia minima è
svelabile solo attraverso esami del sangue e viene spesso scoperta per
caso.
La
terapia trasfusionale è l’unico mezzo per controllare e modificare
l’anemia del morbo di Cooley. La quantità di sangue da somministrare
non è costante ma va stabilita di volta in volta ed è differente per i
vari individui. All’asportazione della milza si ricorre solo quando si
nota che anche la sopravvivenza dei globuli rossi trasfusi è breve e che
il bimbo si anemizza facilmente.
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ANEMIA
FALCIFORME: malattia ereditaria che colpisce prevalentemente i neri
americani e gli africani. Questa
malattia è dovuta a una singola mutazione nella emoglobina, la proteina
presente nei globuli rossi responsabile del trasporto dell’ossigeno nei
diversi tessuti. L’emoglobina è costituita da 4 catene proteiche più
piccole (chiamate sub-unità). Negli adulti ogni molecola di emoglobina
contiene 2 sub-unità dette di tipo alfa e 2 sub-unità dette di tipo
beta. Nella anemia falciforme le alterazioni colpiscono la sub-unità di
tipo beta, e danno origine
ad una forma anomala di
emoglobina chiamata emoglobina S. Le molecole di emoglobina S tendono
facilmente ad aggregarsi fra loro, formando dei microscopici filamenti
all’interno del globulo rosso. A causa di ciò, i globuli rossi
diventano rigidi e assumono la caratteristica forma “a falce”. I
globuli rossi si appiccicano fra loro bloccando i vasi sanguigni e
impedendo l’afflusso di ossigeno ai tessuti. Nell’immagine possiamo
osservare partendo da sinistra dei globuli rossi di un individuo sano, al
centro quello di un anemico e a destra quelli di un portatore sano.
I disturbi principali causati dall’anemia falciforme sono:
- Anemia
cronica: i globuli rossi che contengono emoglobina S vengono distrutti
molto prima di quelli normali. Mentre la vita media di un globulo
rosso normale è di circa 120 giorni, quella dei globuli
“falciformi” non supera in genere i 20 giorni. Questo causa una
penuria di globuli rossi, e quindi anemia;
- Infezioni:
i globuli rossi vengono distrutti soprattutto dalla milza, che può
così risultare danneggiata. La milza ha un ruolo importante anche nel
proteggere l’organismo dalle infezioni, ed è per questo che per le
persone affette da anemia falciforme alcune infezioni batteriche
possono risultare molto pericolose;
- Dolori
e tumefazioni del dorso, delle mani e dei piedi (dactilite): sono
causati dall’occlusione dei capillari da parte dei globuli rossi
alterati. Spesso questo è uno dei primi sintomi dell’anemia
falciforme nei bambini;
- Dolori
improvvisi: l’occlusione dei capillari può avvenire in modo
imprevedibile in qualunque parte del corpo, bloccando l’afflusso di
sangue agli organi colpiti. La frequenza di queste “crisi” è
molto variabile. Il dolore può durare poche ore oppure diverse
settimane e può richiedere un ricovero ospedaliero. Sindrome
polmonare acuta è una delle complicazioni più frequenti
dell’anemia falciforme, simile a una polmonite, causata
dell’infiltrazione di globuli rossi nei polmoni o da infezioni
polmonari. Nel peggiore dei casi, questa manifestazione può anche
risultare letale;
- Ictus:
è un rischio possibile, a causa dell’occlusione dei capillari che
portano sangue al cervello.
Farmaci
antidolorifici sono utili per sedare le crisi di dolore più o meno
frequenti; il trattamento preventivo con antibiotici fin dalla prima
infanzia permetti di limitare i rischi di infezione; regolari trasfusioni
di sangue possono aumentare il numero di globuli rossi normali, limitando
i problemi alla milza e il rischio di complicazioni; una nutrizione
adeguata, il riposo e una vita sana contribuiscono a limitare gli effetti
della malattia.
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EMOFILIA:
malattia
ereditaria grave, ma piuttosto rara, dovuta ad un allele recessivo che
sostituisce quello dominante, che controlla la normale coagulazione del
sangue (processo con cui, in caso di rottura di vasi sanguini, il sangue
forma un “tappo” composto da piastrine, un componente del plasma). La
coagulazione è un processo complesso, che comporta l’attivazione
di numerose proteine del plasma in una specie di reazione a catena.
Due di
queste proteine, il fattore VIII ed il fattore IX che vengono prodotte dal
fegato sono assenti o difettose nelle persone affette da emofilia. La
deficienza di fattore VIII causa l’emofilia A 1/10.000 maschi, quello IX
causa l’emofilia B 1/50.000 maschi. Il gene che controlla la
coagulazione è localizzato sul cromosoma X e un uovo su 2 ha il cromosoma
X con il gene anomalo per il fattore VIII o IX, perciò l’emofilia si
manifesta soprattutto nei maschi, perché il cromosoma Y non porta l’allele
omologo a quello portato dal cromosoma X. La malattia è quindi trasmessa
ai figli maschi dalla madre portatrice; nelle femmine la malattia compare
solo nel caso in cui il padre sia emofilico e la madre portatrice e anche
in questo caso con possibilità del 50%, talvolta però anche la donna può
essere emofilica qualora sia figlia di un emofilco e di una donna
portatrice. Alcune donne portatrici hanno un'attività coagulativa più
bassa del normale e possono presentare alcuni lievi sintomi come la
tendenza a perdere molto sangue durante le mestruazioni.
L’emofilia si può
diagnosticare in diversi modi: tempo di tromboplastina parziale (PTT) test
che nelle persone affette il tempo di tromboplastina risulta più lungo
del normale, tempo di emorragia, il tempo di protrombina e la conta delle
piastrine sono normali. Nelle famiglie in cui siano presenti casi di
emofilia è possibile sottoporre le femmine all’analisi del DNA, che si
effettua a partire da un normale prelievo di sangue, per stabilire se
siano portatrici. È anche possibile effettuare la diagnosi prenatale
nelle gravidanze a rischio con essa si vuole scoprire se è stato
fecondato un uovo con il cromosoma con il gene anomalo oppure con quello
sano. La diagnosi di stato di portatrice rappresenta circa l’80% di
tutto l’impiego diagnostico sia in termini di tempo che di importanza,
deve essere fatta prima della gravidanza. La diagnosi di malattia nel feto
dal punto di vista tecnico significa applicare al DNA del feto le stesse
tecniche che hanno permesso la diagnosi di stato di portatrice nella
madre. La diagnosi di malattia nel feto viene fatta analizzando il DNA
prelevato dai villi coriali. I villi si trovano sulla parete esterna della
membrana che avvolge il feto ed il loro insieme costituisce la placenta
che è deputata agli scambi nutritivi tra madre e feto. I villi coriali
contengono lo stesso materiale genetico delle cellule del neonato, il
quale non viene quindi coinvolto direttamente dall’analisi. Il rischio
di aborto dopo il prelievo dei villi è molto basso (1-2%). Normalmente
non è necessario un ricovero e l’intervento viene effettuato in regime
di day-hospital.
Nel
quadro clinico dell’emofilia possiamo notare che vi è incapacità nella
coagulazione del sangue, forma grave in cui l’attività coagulativa è
inferiore all’1% del normale, essa colpisce circa il 60-70% delle
persone affette da emofilia ed i primi sintomi si verificano in genere
quando il bambino comincia a camminare nei casi più gravi può
sopraggiungere la morte per emorragie celebrali, per dissanguamento,
attraverso ferite, per raccolta emorragica nei tessuti del collo, causano
una sindrome di soffocamento. Vi è anche una forma moderata o lieve, in
cui le emorragie spontanee sono molto meno frequenti, così come i
problemi articolari. La gravità dei sintomi è proporzionale al grado di
deficit. Le infezioni possono accentuare le emorragie. L’articolazione
dei malati di emofilia si può presentare notevolmente ingrossata,
deformata, dolente, tanto da obbligare spesso il soggetto a lunghi periodi
di immunità, gli emofilici rischiano di avere gravi emorragie in seguito
ad estrazioni dentarie, operazioni chirurgiche o ferite. Un pericolo serio
è la possibilità di emorragie interne apparentemente spontanee, anche
dopo traumi talmente lievi da passare quasi inosservati. Microtraumi
possono causare dolori e rigidità articolare. Altri sintomi più rari
possono la presenza di sangue nelle urine o emorragie intracraniche.
Il trattamento per l’emofilia consiste
nella terapia sostitutiva, cioè nella somministrazione del fattore
mancante (fattore VIII nell’emofilia A, fattore IX nell’emofilia B).
Oggi le tecniche di ingegneria genetica permettono di ottenere gli stessi
fattori in grane quantità, senza la necessità di incorrere a donatori,
evitando così ogni pericolo di infezione dei virus HIV e HCV, una parte
di questi fattori sostitutivi viene prodotta tramite ingegneria genetica.
La complicazione principale della terapia sostitutiva è comparsa, nel
sangue dei riceventi, di anticorpi diretti contro il fattore VIII o IX,
che ne neutralizzano l’effetto, e che possono rendere difficile la
terapia. Tutti i farmaci come l’aspirina, hanno un effetto negativo
sulla coagulazione, devono essere sempre evitati. Nelle forme lievi di
emofilia A, per episodi emorragici minori si può usare la desmopressina,
un farmaco capace di determinare un aumento del 25-30% del fattore VIII
nel plasma.
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DISTROFIA
MUSCOLARE: con il termine generale di distrofia muscolare si indica
infatti un gruppo di malattie ereditarie la cui azione sui muscoli varia
sensibilmente, questa malattia colpisce i bambini fin dai primi anni di
vita, si manifesta per mutazione genetica nel paziente, si trasmette dai
genitori (generalmente sono portatori sani) ai
figli. Malattia di Becker
distrofia muscolare dovuta ad un gene recessi
vo legato al cromosoma X.
Distrofia muscolare di Duchenne a carattere ereditario
autosomico
recessivo dovuta ad un gene legato al cromosoma X, che colpisce quasi
esclusivamente il sesso maschile, si trasmette attraverso le madri.
Nei casi in cui si sospetti di una
malattia dovuta al difetto di una proteina, la diagnosi corretta richiede
l’esecuzione di particolari analisi per la proteina in questione, queste
si possono eseguire solo se è disponibile una piccola porzione di
muscolo, ottenuta tramite la biopsia. A sinistra possiamo osservare la
sezione trasversale di una biopsia muscolare di un individuo sano, mentre
a destra quella di un individuo affetto da distrofia muscolare. Poiché le
analisi sulle proteine sono altamente specialistiche, costose e laboriose
(talora devono essere ripetute più di una volta), esse si eseguono
soltanto quando gli esami preliminari necessitano di una diagnosi più
precisa. Le analisi sulle proteine permettono di poter distinguere tra i
diversi tipi di distrofia muscolare, anche quando il paziente non presenta
tutti i sintomi. Le caratteristiche
di questa malattia possono essere la degenerazione dei muscoli questo
processo varia a seconda del tipo di malattia, la più grave è quella di
Duchenne, essa è causata dalla assenza della distrofia nelle fibre
muscolari scheletriche. Compare prima dei 5 anni di età, mentre quella di
Becker è simile a quella di Duchenne da cui si differenzia per
l’esordio più tardivo (5-15 anni). La
distrofia muscolare provoca la progressiva degenerazione dei muscoli
volontari: con l’avanzare della malattia, il paziente diventa sempre più
debole fino a perdere completamente nelle forme più gravi, la capacità
di camminare e di reggersi in piedi, portandoli all’immobilità totale
entro i trent’anni causando notevoli difficoltà nella funzione
respiratoria e cardiaca. Nella malattia di Becker il decorso è più
favorevole, minore frequenza delle deformità scheletriche SIN (distrofia
muscolare di Duchenne), mentre in quella di Duchenne il malato appare con
un andatura anserina e frequenti cadute del bambino che ha difficoltà a
risollevarsi e adotta una manovra di arrampicamento (segno di Gowers). I
riflessi tendono a scomparire e si manifesta una lordosi accentuata con
protrusione all’addome. Negli ultimi stadi la respirazione è
difficoltosa con ricorrenti episodi di infezioni broncopolmonari che
generalmente risultano fatali. È
importante identificare una malattia tra altre che abbiano manifestazioni
simili (Becker, Duchenne) per poter applicare le terapie adatte di volta
in volta. L’analisi immunoistochimica consiste nell’applicare su delle
sottilissime “fette” di biopsia muscolare gli anticorpi specifici per
una o più proteine e nell’osservare al microscopio il risultato,
un'altra analisi è quelle mediante immunoblot, consiste nel separare
tutte le proteine contenute in un pezzetto di muscolo, ordinandole secondo
la loro grandezza (peso molecolare). Il
muscolo è formato da tanti componenti diversi tra loro, che si trovano in
posti differenti e hanno funzioni specifiche, ma che sono tutti
indispensabili per un normale funzionamento.
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